La Storia
Come tutte le fiabe anche questa inizia con “C’era una volta in un piccolo paesino…”
La nostra storia inizia nel
1887 nel piccolo paesino di Feder, ai piedi delle Cime d’Auta, quando Antonio Scardanzan bisnonno di Sandro, decide di costruire un
fienile. I lavori iniziano con lo scavo manuale nel duro terreno montano per le fondamenta della struttura. Si procede intanto con la preparazione dei sassi per la costruzione: proprio in quegli anni durante gli scavi per la costruzione di alcune case, trovando nel terreno grossi massi, si iniziano a tagliare le grosse pietre, anziché usare i sassi grezzi trovati lungo i torrenti (frequente era l’uso di tufo reperibile lungo il corso del Tegosa, che costituiva un buon materiale isolante). Era inoltre necessario procurarsi la sabbia e la calce; quest’ultima veniva prodotta facendo cuocere nelle “
calchere” (forni creati appositamente a questo scopo, rivestiti di argilla per trattenere il calore) le pietre calcaree giorno e notte per una settimana. – purtroppo esistono solo pochi resti di questi forni che erano abbastanza diffusi.
Una volta procurato il materiale vengono posate le grosse pietre (alcune ancora visibili della lunghezza di oltre un metro) che costituiscono la stalla dove alloggiare le mucche e gli altri animali. Mentre i muratori lavorano alla stalla, i boscaioli procedono al taglio del legname nei boschi vicini che sono portati a valle in parte trainati dalle mucche, in parte durante la stagione invernale con le “ridole” le slitte da legna. Con i tronchi dei larici e degli abeti ormai stagionati, viene creata la parte superiore del fienile, che viene terminato nel 1888. Per molti anni la stalla ha ospitato nei lunghi inverni le mucche rientrate dall’alpeggio, i maiali e qualche animale da cortile, mentre nel fienile veniva riposto il fieno tagliato durante l’estate nei prati circostanti e fin sotto le pendici delle Cime d’Auta.

Nel 1928 la struttura lignea è stata smontata e il fienile in parte rimodernato nelle parti che col tempo si erano rovinate maggiormente, come quelle a contatto con la stalla.
Il 21 agosto 1944 il tabià si è salvato dall’incendio che ha invece bruciato una parte dei fienili e delle case del paese, causato dai soldati tedeschi durante la ritirata.
Nel 1972
Sandro e Amalia, dopo aver rinunciato alla costruzione di un rifugio a Colmont a causa della mancanza di acqua nelle vicinanze, spinti dal nonno Marco, hanno l’idea di ristrutturare il vecchio fienile di famiglia e di ricavarne un ristorante. Sandro che faceva il muratore e suo padre Stefano falegname, iniziano i lavori dopo aver sfrattato le mucche e tolto il fieno rimanente. Per ristrutturare l’edificio vengono cambiati alcuni dei travi originali, mentre altri vengono riutilizzati e fanno ancora parte della travatura. Dopo una lunga ricerca di riesce a trovare un abete con “porgola” cioè con due cime, da utilizzare come pilastro di sostegno da mettere al centro del bar.A lavori ultimati resta da decidere solo il nome. Ma è ovvio : TABIA’ quale altrimenti?Il 29 giugno 1973 finalmente il locale viene inaugurato.
Il Ristorante Tabià si presenta all’esterno come un fienile con il balcone riccamente fiorito di gerani in estate e all’interno il bar rivestito in legno e una saletta al piano superiore dove è ancora visibile l’antica struttura costituita da tronchi d’abete.
Nei primi anni di gestione Amalia e Sandro iniziano la ricerca di specialità ormai dimenticate della tradizione locale.
Nel 1976 il locale viene ampliato, creando una nuova sala più ampia, con le stesse caratteristiche costruttive di quella esistente e anche la proposta gastronomica viene arricchita.
Oggi la tradizione si alterna con la ricerca di piatti nuovi ma sempre preparati con prodotti freschi e genuini.Arrivando al Ristorante Tabià si fa un tuffo nel passato non solo con la cucina, ma anche osservando gli antichi attrezzi agricoli e per la lavorazione lattiero-casearia.
All’esterno sul balcone fiorito curato con passione da Amalia spiccano tra gli altri un paiolo in rame usato per fare il formaggio e una vecchia carriola, e che oggi sono ricolmi di fiori; un aratro che era trainato dalle mucche…
All’interno si trovano oggetti antichi come una ruota per filare, un “banc da pestà paia” struttura per tagliare la paglia, una vecchia “pegna” per fare il burro a mano (zangola), stampi in legno che servivano per preparare pacchi di burro da chilo o da mezzo chilo, stampi per dare la forma al formaggio, una culla per le bambole, un arnese per tagliare il pane raffermo, una palla per tostare l’orzo per fare il caffè, un “comacio” con relativi campanelli che era utilizzato per attaccare i cavalli da tiro, dof (giogo), van,…
Molti di questi oggetti sono stati abbelliti da Amalia con fiori secchi creando bellissime composizioni che arredano il locale.Arricchisce la collezione di oggetti antichi un “coder” intagliato dal Bisnonno Stefano all’età di 9 anni (1930) da un pezzo di cirmolo donatogli da un anziano del paese. Ma cos’è il “coder” e da dove deriva il detto”Hai una faccia da coder?” vieni a scoprirlo al Tabià. Nell’angolo del bar si può ammirare nel periodo invernale il Presepe, nelle altre stagioni creazioni floreali pasquali con uova e pulcini o autunnali con gnomi e funghetti.
La strada è sempre percorribile anche in inverno ma in caso di difficoltà a raggiungere Feder, se proprio avete dimenticato le catene da neve a casa , funziona un servizio gratuito di trasporto clienti da Caviola.
